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Papa Francesco a sorpresa a San Pietro: “La malattia scuola d’amore, Dio non ci lascia soli”

06/04/25 - 12:41

La sorpresa al termine della Messa del Giubileo degli ammalati e del mondo della sanità è l’arrivo di Papa Francesco sul sagrato. In sedia a rotelle, accompagnato dal suo infermiere personale Massimiliano Strappetti che lo porta fino all’altare, dove, dopo la benedizione finale del celebrante, l’arcivescovo Fisichella, pronuncia un breve saluto: “Buona domenica a tutti, grazie tante!”. A raccontare l’arrivo a sorpresa in piazza San Pietro di Papa Bergoglio è il sito Vatican News.

Nella commozione di tutti i presenti in Piazza, i lettori trasmettono poi il suo messaggio di ringraziamento. Francesco saluta “con affetto quanti hanno partecipato a questa celebrazione e li ringrazia di cuore per le preghiere elevate a Dio per la sua salute, auspicando che il pellegrinaggio giubilare sia ricco di frutti”. Quindi imparte la benedizione apostolica, che estende “alle persone care, ai malati e ai sofferenti, come pure a tutti i fedeli oggi convenuti”.

Il Papa convalescente a Casa Santa Marta condivide molto con i ventimila pellegrini, tanti dei quali malati, raccolti in Piazza San Pietro per la celebrazione. E lo confida nell’omelia, letta per lui dal suo delegato, l’arcivescovo Rino Fisichella, pro-prefetto della Sezione per le questioni fondamentali dell’evangelizzazione nel mondo del Dicastero per L’evangelizzazione. Fisichella, prima della lettura, sottolinea come a pochi metri da noi, Papa Francesco “ci è particolarmente vicino, e sta partecipando, come tanti malati, a questa Eucaristia attraverso la televisione”. Tutti i fedeli applaudono commossi. Il Pontefice, nel testo, condivide “l’esperienza dell’infermità, di sentirci deboli, di dipendere dagli altri in tante cose, di aver bisogno di sostegno”.

Non è sempre facile, però è una scuola in cui impariamo ogni giorno ad amare e a lasciarci amare, senza pretendere e senza respingere, senza rimpiangere e senza disperare. Grati a Dio e ai fratelli per il bene che riceviamo, abbandonati e fiduciosi per quello che ancora deve venire.

 

Con gli occhi lucidi e il cuore gonfio di emozioni, tante persone arrivate nell’emiciclo berniniano in sedia a rotelle o a passo lento, e i volontari, infermieri e medici che le accompagnano, ascoltano le sue parole, scandite da monsignor Fisichella, quando sottolinea che “La camera dell’ospedale e il letto dell’infermità possono essere luoghi in cui sentire la voce del Signore che dice anche a noi: «Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?». E così rinnovare e rafforzare la fede”.

Sono le parole della prima Lettura, dal Libro di Isaia, inserita nella liturgia di questa quinta domenica del Tempo di Quaresima, che il Pontefice commenta nella sua omelia. Quelle che il Signore rivolge al popolo di Israele in esilio a Babilonia, attraverso il profeta Isaia. “E’ un momento difficile, sembra che tutto sia andato perduto” sottolinea, Gerusalemme è stata conquistata e devastata dai soldati del re Nabucodonosor. Eppure, proprio in questo contesto, “l’invito del Signore è a cogliere qualcosa di nuovo che sta nascendo”.

Quello che sta nascendo è un popolo nuovo. Un popolo che, crollate le false sicurezze del passato, ha scoperto ciò che è essenziale: restare uniti e camminare insieme nella luce del Signore.

Così, spiega Papa Francesco, il popolo di Israele impara a incontrare il Signore in un altro modo: “nella conversione del cuore, nel praticare il diritto e la giustizia, nel prendersi cura di chi è povero e bisognoso, nelle opere di misericordia”. Lo stesso messaggio viene dal brano del Vangelo di Giovanni, che descrive l’incontro di Gesù con l’adultera, a rischio lapidazione. Anche lei vede la sua vita distrutta: “non da un esilio geografico, ma da una condanna morale”. Anche per lei sembra non ci sia più speranza.

Ma Dio non l’abbandona. Anzi, proprio quando già i suoi aguzzini stringono le pietre nelle mani, proprio lì, Gesù entra nella sua vita, la difende e la sottrae alla loro violenza, dandole la possibilità di cominciare un’esistenza nuova.

Sono, ribadisce il Papa, racconti “drammatici e commoventi”, con i quali la liturgia ci invita a rinnovare, nel cammino Quaresimale, la fiducia in Dio, che è sempre presente vicino a noi per salvarci.

Non c’è esilio, né violenza, né peccato, né alcun’altra realtà della vita che possa impedirgli di stare alla nostra porta e di bussare, pronto ad entrare non appena glielo permettiamo. Anzi, specialmente quando le prove si fanno più dure, la sua grazia e il suo amore ci stringono ancora più forte per risollevarci.

E certamente, commenta Francesco, “la malattia è una delle prove più difficili e dure della vita, in cui tocchiamo con mano quanto siamo fragili”, e può farci sentire “come il popolo in esilio, o come la donna del Vangelo: privi di speranza per il futuro. Ma non è così”.

Anche in questi momenti, Dio non ci lascia soli e, se ci abbandoniamo a Lui, proprio là dove le nostre forze vengono meno, possiamo sperimentare la consolazione della sua presenza.

Il Signore stesso, fatto uomo, “ha voluto condividere in tutto la nostra debolezza”, e così a Lui “possiamo dire e affidare il nostro dolore, sicuri di trovare compassione, vicinanza e tenerezza”. E inoltre, sottolinea il Pontefice nel suo testo, nel suo amore fiducioso, “Egli ci coinvolge perché possiamo diventare a nostra volta, gli uni per gli altri, ‘angeli’, messaggeri della sua presenza”. Cosicchè spesso, “sia per chi soffre sia per chi assiste, il letto di un malato si può trasformare in un ‘luogo santo’ di salvezza e di redenzione”.

Papa Francesco si rivolge così a medici, infermieri e membri del personale sanitario, ricordando loro, con le parole della Bolla d’Indizione del Giubileo  Spes non confundit, che mentre si prendono cura dei loro pazienti, specialmente dei più fragili, il Signore offre loro “l’opportunità di rinnovare continuamente la vostra vita, nutrendola di gratitudine, di misericordia, di speranza”.

Permettete che la presenza dei malati entri come un dono nella vostra esistenza, per guarire il vostro cuore, purificandolo da tutto ciò che non è carità e riscaldandolo con il fuoco ardente e dolce della compassione.

 

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