Leone XIV è arrivato in Turchia dopo millesettecento anni dall’ultimo Pontefice. «Ho atteso tanto questo viaggio per ciò che significa per tutti i cristiani, è anche un grande messaggio al mondo che ha bisogno di armonia e pace», ha detto durante il volo. Atterrato è stato ricevuto da Erdogan in un incontro privato durato poco meno di mezz’ora.
“Nicea – ha detto al presidente turco – parla di incontro e dialogo e la Turchia dovrà essere un ponte tra i popoli per una pace giusta e duratura”. il Pontefice ha poi aggiunto: “Oggi più che ai c’è bisogno di personalità che favoriscano il dialogo con ferma volontà e tenacia”. Erdogan ha ribattuto che il viaggio del Papa “consoliderà i nostri rapporti di amicizia e comprensione reciproche e tutti messaggi trasmessi dalla Turchia aumenteranno le speranze di pace».
Nel suo primo viaggio internazionale, Leone XIV ha ancora una volta invocato la pace e il dialogo perché “il mondo ha alle spalle secoli di conflitti ed è ancora destabilizzato da ambizioni e decisioni che calpestano la giustizia e la pace”.
Poi il primo incontro di preghiera, nella cattedrale dello Spirito Santo di Istanbul, dove si sono radunati vescovi, sacerdoti, diaconi, consacrati, consacrate e operatori pastorali. Per le strade tantissime persone a salutare il Pontefice, che arriva con la mozzetta rossa.
Ad accogliere il Papa, all’ingresso principale è il vicario apostolico, monsignor Massimiliano Palinuro. Dei bambini gli offrono dei fiori, poi, all’entrata il parroco, padre Nicola Masedu, gli porge un crocifisso e un addetto alla liturgia l’acqua benedetta per aspergere il luogo di culto e i presenti.

Il Pontefice inizia il suo discorso in inglese – mentre dei maxischermi mostrano la traduzione delle sue parole in turco – manifestando la gioia di trovarsi tra i diversi rappresentanti della Chiesa, nei luoghi in cui “la storia del popolo di Israele si incontra col cristianesimo nascente, l’Antico e il Nuovo Testamento si abbracciano, si scrivono le pagine di numerosi Concili”. Ricorda il “cammino” di Abramo verso la Terra promessa, “da Ur dei Caldei e poi, dalla regione di Carran, a sud dell’odierna Türkiye”, e poi, “dopo la morte e risurrezione di Gesù”, quello dei discepoli che “si diressero anche verso l’Anatolia, e ad Antiochia”, dove “vennero chiamati per la prima volta ‘cristiani’”. E ancora, l’inizio, da queste città, di alcuni viaggi apostolici di san Paolo, le antiche testimonianze secondo le quali a Efeso, sulle coste della penisola anatolica, “avrebbe soggiornato e sarebbe morto l’evangelista Giovanni”, “il grande passato bizantino, l’impulso missionario della Chiesa di Costantinopoli e la diffusione del cristianesimo in tutto il Levante”. Il Papa rammenta, inoltre, “le molte comunità dei cristiani di rito orientale” tutt’oggi presenti in Turchia – degli armeni, dei siri, dei caldei e di “quelle di rito latino” – e sottolinea che “il Patriarcato Ecumenico continua ad essere punto di riferimento sia per i propri fedeli greci che per quelli appartenenti ad altre denominazioni ortodosse”.
Dio “ha scelto la via della piccolezza per discendere in mezzo a noi”, dice il Papa alla piccola comunità ecclesiale della Turchia, aggiungendo che questo è “lo stile del Signore, che siamo tutti chiamati a testimoniare”, i profeti, infatti, hanno annunciato “la promessa di Dio parlando di un piccolo germoglio” che sarebbe spuntato, e Gesù ha elogiato i piccoli spiegando “che il Regno di Dio non si impone attirando l’attenzione, ma si sviluppa come il più piccolo di tutti i semi piantanti nel terreno”.
Guardando alla realtà cristiana in Turchia, Leone vede i “tanti giovani che bussano alle porte della Chiesa cattolica, portandovi le loro domande e le loro inquietudini” come un segno bello e promettente ed esorta a proseguire il “lavoro pastorale”, “ad ascoltare e accompagnare” le nuove generazioni, “ad avere cura” del “dialogo ecumenico e interreligioso”, della “trasmissione della fede alla popolazione locale” e del “servizio pastorale ai rifugiati e ai migranti”, la cui “presenza assai significativa” nel Paese “pone alla Chiesa la sfida dell’accoglienza”.
Immancabile, poi, nelle parole del Pontefice il richiamo ai “primi otto Concili Ecumenici” e al “1700° anniversario del Primo Concilio di Nicea”, “evento sempre attuale”. Per il Papa tre, in particolare, le sfide che ne scaturiscono oggi: “cogliere l’essenza della fede e dell’essere cristiani”, “riscoprire in Cristo il volto di Dio Padre”, “la mediazione della fede e lo sviluppo della dottrina”.
A Nicea, poi è stata affermata la “divinità di Gesù e la sua uguaglianza con il Padre”, per questo, per Leone, “la seconda sfida riguarda l’urgenza di riscoprire in Cristo il volto di Dio Padre”.
Infine, elaborato “in un contesto culturale complesso, il Simbolo di Nicea è riuscito a mediare l’essenza della fede attraverso le categorie culturali e filosofiche dell’epoca”, e poi nel primo Concilio di Costantinopoli, è stato “approfondito e ampliato”, sicché è divenuto “il Simbolo niceno-costantinopolitano, quello comunemente professato nelle nostre celebrazioni domenicali”. Questo fa emergere “la mediazione della fede e lo sviluppo della dottrina”, una terza sfida da considerare oggi.
A tal proposito il Pontefice fa notare l’insistenza del neo-dottore della Chiesa, San John Henry Newman, “sullo sviluppo della dottrina cristiana”, che “non è un’idea astratta e statica, ma riflette il mistero stesso di Cristo”, dunque è lo “sviluppo interno di un organismo vivente, che porta alla luce ed esplicita meglio il nucleo fondamentale della fede”.
E prima di congedarsi, come riporta Vatican News, Leone XIV si sofferma sulla figura di Giovanni XXIII, che ebbe diversi incarichi in Turchia e amò e servì il suo popolo, e augura a clero e laici “di conservare la gioia della fede” e “di lavorare come pescatori intrepidi nella barca del Signore”.
Al termine del momento di preghiera il Papa saluta alcuni i vescovi e presenti davanti all’altare, stringe mani, ascolta chi gli si accosta. Durante la foto di rito con la comunità ecclesiale riunita rivolge affettuosamente a un ragazzo accanto a lui. Poi viene sommerso dall’affetto di sacerdoti, religiosi, religiose e laici, che si accalcano gridandogli “viva il Papa”. Prima di lasciare la cattedrale, infine, Leone XIV scopre un’iscrizione commemorativa che ricorderà ai posteri la sua visita. All”uscita un nuovo bagno di folla.










