Riceviamo da Gianni Alemanno e pubblichiamo nel rispetto delle norme dell’Ordinamento.
Rebibbia, 451° giorno di carcere.
Completiamo la rosa simbolica di richieste di Grazia al Presidente Mattarella, una rosa che potremmo chiamare “per non morire in cella”. Dopo Antonio Russo di 88 anni e Roberto Canulli malato a 78 anni, chiediamo la Grazia per Santo Barbino un ergastolano di 84 anni che sta perdendo la coscienza di sé.
È la richiesta più difficile da comprendere, ce ne rendiamo conto, perché Santo nel 2009 ha ucciso due persone e ne ha ferito una terza. È stato un momento di follia, per una persona come lui che era arrivata incensurata all’età di 67 anni, che da quelle tre persone – tutti avvocati a cui si era affidato per una transazione commerciale – riteneva di aver subito un grave tradimento e una grande truffa, con la quale gli veniva sottratta una buona parte dei risparmi di una vita di lavoro a Roma come fruttivendolo. Fece irruzione nel loro studio e, invece di rovesciare un tavolo e tirare qualche pugno, ritenne di farsi giustizia sparando con la pistola di cui aveva il porto d’armi, per poi andare subito dopo a costituirsi nella più vicina caserma dei Carabinieri. Era un periodo in cui assumeva una forte medicina ormonale oltre le dosi consentite e forse questo può aver contribuito a generare quel momento di follia, ma la condanna all’ergastolo fu giusta e inevitabile. Né lui né noi mettiamo in dubbio tutto questo.
Il fatto però è che, dopo 17 anni di detenzione e raggiunta l’età di 84 anni, Santo non sta affatto bene come è già stato attestato 4 anni fa da un Magistrato di sorveglianza di Roma, che nell’Ordinanza del 19 ottobre 2022 con cui gli ha concesso il beneficio dei permessi premio ha scritto: “Si auspica, considerata l’età avanzata, le sue problematiche fisiche e psicologiche, le crescenti difficoltà dal punto di vista cognitivo legate alla senescenza che si manifestano frequentemente anche con dimenticanze, che gli venga concessa la possibilità di poter coltivare all’esterno quella affettività familiare a cui egli tanto aspira in una fase così delicata della sua vita.”
Così la Giustizia ha già riconosciuto il suo ravvedimento, la buona condotta e l’assenza di pericolosità sociale, concedendogli i permessi premio, ma ha creato un paradosso giuridico, perché da un lato lo ha ritenuto idoneo a uscire temporaneamente, ma dall’altro lato lo condanna a morire in cattività.
Nella lettera con cui chiede la Grazia al Presidente Mattarella, Santo ha scritto: “Non c’è giorno in cui la mia coscienza non faccia i conti con l’orrore di quel gesto e con il dolore inestinguibile causato alle famiglie delle vittime. Mi sono costituito subito dopo i fatti, iniziando un percorso di espiazione che dura da diciassette anni. Il mio rimorso non è una strategia processuale, ma un tormento dell’anima che mi accompagna in ogni istante del mio silenzio detentivo.”
Qui al braccio G8 tutti vogliono bene a “Santino”, che regala ad ognuno di noi fiori e frutti, perché ha avuto dalla Direzione il permesso di entrare nelle aree verdi del carcere per coltivare qualche albero da frutto e un piccolo roseto. Anche i dirigenti dell’Associazione “Nessuno tocchi Caino” lo conoscono bene, come i tanti parlamentari che sono venuti in visita al carcere. E tutti ci chiediamo, non c’è nessuna speranza per lui? Deve rimanere condannato a questa pena di morte differita? Non si tratta di rimetterlo in libertà, ma di trasformare la sua pena in una detenzione domiciliare presso la sua famiglia, anche in ragione delle sue condizioni di salute.
Ormai è passata più di una settimana dalle votazione sul referendum per la separazione delle carriere. Giorgia Meloni ha imposto alcuni necessari avvicendamenti al Ministero della Giustizia, l’ANM ha eletto un nuovo giovane Presidente che parla di dialogo istituzionale, l’opposizione parlamentare ha sempre detto che i veri problemi della Giustizia erano altri.
Se un confronto può essere aperto per capire quali riforme si possono realmente fare a poco più di un anno dalla fine della legislatura, perché non cominciare dall’emergenza carceraria? Non è forse qui che si scaricano tutti i problemi della Giustizia italiana?
Anche concedere queste tre Grazie di grande valore simbolico, non destinate a personaggi potenti e mediatici, ma a poveri anziani abbandonati, non potrebbe essere un segnale per dire che si esce dal piano della polemica politica ed elettorale e si entra in quello della realtà?
Gianni Alemanno e Fabio Falbo