“Benvenuti tutti! Bienvenidos! Welcome!”. Il saluto di Leone XIV, sul sagrato della Basilica vaticana prima dell’avvio della Messa della Notte di Natale, è rivolto ai circa cinquemila fedeli che, nonostante la pioggia battente su Roma, non hanno esitato ad esserci. Seguiranno la celebrazione all’esterno, dai maxi schermi predisposti che ne amplificheranno la solennità. È l’abbraccio del Successore di Pietro alla Chiesa universale. La basilica è molto ampia, dice il Papa, e ne contiene questa sera seimila di persone, ma “sfortunatamente non abbastanza per ricevervi tutti”. Il Pontefice si dice “ammirato” per il “coraggio” e la “disponibilità” ad esserci “anche con questo clima”. Poi aggiunge:
Gesù Cristo che è nato per noi, ci porta la pace, ci porti l’amore di Dio.
E l’augurio per tutti, la benedizione estesa a tutti. A precedere la celebrazione eucaristica, come riporta Vatican News, la lettura di alcuni brani biblici contraddistinta dal canto della Kalenda, l’antico annuncio liturgico del Natale del Signore – otto giorni prima delle kalendae di gennaio – come riportato nel Martirologio Romano. Un testo che racchiude tutti gli episodi fondamentali della storia universale fino alla venuta di Cristo, culmine del tempo di Avvento. Il lettore, infatti, ne proclama il senso: ricordarsi che Gesù Cristo, nato dalla Vergine Maria, è il centro della storia e del cosmo. In processione verso l’altare della Confessione sfilano vescovi e cardinali insieme con il Papa il quale, per la circostanza, veste la casula giallo oro che ha usato più volte a Natale san Giovanni Paolo II e indossata anche da Benedetto XVI. Leone svela l’immagine di Gesù Bambino e un gruppo di bambini di diverse nazionalità, da Corea del Sud, India, Mozambico, Paraguay, Polonia, Ucraina, la adorna ciascuno con un omaggio di magnifiche orchidee bianche. Si fondono con le il rosso delle ‘stelle di Natale’.
Quattro i cardinali che concelebrano con il Papa: il Decano del Sacro Collegio, Giovanni Battista Re, insieme con Pietro Parolin, Marc Ouellet, Leonardo Sandri. È un tono molto poetico e sfidante al contempo quello dell’omelia di Leone, che richiama la millenaria ricerca della verità sulla terra, “tra le case”, da parte dei popoli i quali hanno puntato lo sguardo sempre verso il cielo, pensando di trovarla tra le stelle. Sono finiti per brancolare nel buio dei loro stessi oracoli, dice il Papa evidenziando la profezia di Isaia laddove parla della “grande luce” che rifulse. È il Natale di Gesù, l’Emmanuele. “Nel Figlio fatto uomo, Dio non ci dona qualcosa, ma Sé stesso”, precisa il Successore di Pietro. È il ribaltamento di ogni logica umana. La dimensione verticale lascia per così dire il posto a quella orizzontale: non è “più da cercare lontano, negli spazi siderali, ma chinando il capo, nella stalla accanto”.
Per trovare il Salvatore, non bisogna guardare in alto, ma contemplare in basso: l’onnipotenza di Dio rifulge nell’impotenza di un neonato; l’eloquenza del Verbo eterno risuona nel primo vagito di un infante; la santità dello Spirito brilla in quel corpicino appena lavato e avvolto in fasce. È divino il bisogno di cura e di calore, che il Figlio del Padre condivide nella storia con tutti i suoi fratelli. La luce divina che si irradia da questo Bambino ci aiuta a vedere l’uomo in ogni vita nascente.
L’omelia di Leone si conclude con il ricordo di come, nella notte di Natale di un anno fa, Francesco abbia posto in relazione profonda la nascita di Gesù con la speranza, avviando un Anno Santo dedicato. “Ora che il Giubileo si avvia al suo compimento – invita il Papa stanotte -, il Natale è per noi tempo di gratitudine e di missione. Gratitudine per il dono ricevuto, missione per testimoniarlo al mondo”.
Sorelle e fratelli, la contemplazione del Verbo fatto carne suscita in tutta la Chiesa una parola nuova e vera: proclamiamo allora la gioia del Natale, che è festa della fede, della carità e della speranza. È festa della fede, perché Dio diventa uomo, nascendo dalla Vergine. È festa della carità, perché il dono del Figlio redentore si avvera nella dedizione fraterna. È festa della speranza, perché il bambino Gesù la accende in noi, facendoci messaggeri di pace.











