Riceviamo da Gianni Alemanno e pubblichiamo nel rispetto delle norme dell’Ordinamento.
Rebibbia, 334° giorno di carcere.
È uscito il libro che noi due, Gianni e Fabio, abbiamo scritto insieme ad altre persone detenute nel braccio G8 di Rebibbia, per raccontare cosa abbiamo visto e cosa abbiamo capito della nostra esperienza nelle carceri italiane. Il titolo, molto semplice, quasi elementare, è: “L’emergenza negata. Il collasso delle carceri italiane”.
Sì, chi vuole provare veramente a capire cosa accade dentro le carceri italiane può usare questa specie di vademecum in cui abbiamo provato ad elencare le cause politiche e istituzionali e gli effetti umani e sociali di questo disastro nel cuore della società italiana.
Sono notti passate insonni leggendo un manuale di diritto penitenziario, un’analisi sociologica o un dibattito parlamentare. Giornate in cui abbiamo rinunciato a ore d’aria e di socialità per scrivere e riscrivere davanti al computer, piccoli “gruppi di studio” improvvisati con altre persone detenute, confronti con i nostri avvocati o nei laboratori di “Nessuno tocchi Caino”. Corrispondenze con molte autorità di Governo e dello Stato italiano, perfino con Papa Francesco. Pensate che abbiamo cominciato a scrivere nel marzo di quest’anno.
È anche il prodotto della nostra amicizia e della nostra alleanza: due persone completamente diverse che si sono ritrovate insieme contro quelle che ci apparivano, e ci appaiono, come ingiustizie non accettabili, lentezze e pigrizie burocratiche esercitate direttamente sulla carne viva delle persone detenute, baratri aperti tra quello che scrive la nostra Costituzione e quello che accade nella realtà.
Uno, Fabio, proveniente da quasi un ventennio di esperienza carceraria, una buona parte della quale passata nei reparti di alta sicurezza, un’esperienza da cui ha difficoltà a uscire solo perché si è sempre dichiarato innocente, e dichiararsi innocenti qui viene considerata una colpa. Tutto questo nonostante un comportamento irreprensibile e un percorso di riabilitazione che lo ha visto partecipare ad ogni possibile esperienza culturale. Ha conseguito una laurea in Giurisprudenza in carcere, rinunciato a un’altra laurea come protesta perché lo accusavano di studiare solo per “intrattenimento personale” e ora, oggi, sta tentando il terzo percorso di laurea. Anni di aiuto a tutti, a fare da ponte tra le istituzioni e le persone detenute, a cercare di alleviare sofferenze e ingiustizie e a evitare reazioni sbagliate e inconsulte.
L’altro, Gianni, che si è trovato in carcere solo per troppa passione politica, dopo più di un decennio di vicende giudiziarie, partite con accuse terribili e terminate con condanne quasi risibili. Passando così – ma questo non è una grande notizia visto quello che sta accadendo nel mondo a Sarkozy, a Bolsonaro e, nel passato, a Presidente Lula in Brasile – dai vertici istituzionali a scontare due volte, prima con l’affidamento in prova, e poi di nuovo tutto d’accapo nelle patrie galere, una condanna che poteva essere tranquillamente sospesa con la condizionale e di fronte a cui ha fatto ricorso alla Corte di Giustizia europea proclamandone l’innocenza.
Ma in questo libro non abbiamo parlato di noi e delle nostre vicissitudini. Abbiamo, invece, cercato di spiegare che le carceri italiane e tutto il nostro sistema penale sembrano usciti fuori da qualche canzone di Kafka e che dentro questa situazione kafkiana può cadere qualsiasi cittadino e rimanere imprigionato, senza un chiaro motivo, per un tempo indefinito. Perché per troppa gente detenere l’esperienza carceraria non è nient’altro che il risultato ultimo di tutte le disfunzioni della giustizia italiana da cui tutto si discute.
Abbiamo cercato di dimostrare che tutto questo è l’esatto contrario di quello che serve per garantire la sicurezza dei cittadini e la certezza della pena. Perché le carceri italiane sono un moltiplicatore di illegalità, un meccanismo per rafforzare nella testa delle persone detenute, soprattutto quelle più giovani, la convinzione che le istituzioni italiane non sono migliori della “strada” e della solidarietà malata che in essa si possono creare. Un luogo anti-meritocratico dove chi vuole comportarsi male si trova a suo agio nel caos del sovraffollamento, mentre chi vuole ricostruirsi un percorso di vita pulito, vuole riabilitarsi e reinserirsi, vede invece crescere in modo insormontabile le sue difficoltà.
Non abbiamo nulla da guadagnare da questo sforzo, forse rischiamo qualcosa. Ma ci sono dei limiti che non possono essere valicati e non sei un uomo se stai zitto e non parli.
Ringraziamo tutti quelli che ci hanno aiutato in questo lavoro, dal Presidente del Movimento Indipendenza Massimo Arlechino che ha curato l’edizione del libro, a tutto il mondo di “Nessuno tocchi Caino”, a cominciare dalla presidente Rita Bernardini che ha scritto la prefazione, all’Prof.ssa Marina Formica Delegata del Polo Universitario Penitenziario di Tor Vergata, alla dott.ssa Serena Cataldo che ha scritto una post-fazione, fino all’Unione Camere Penali, il cui Responsabile dell’Osservatorio Carcere, Avv. Giampaolo Catananzi, ha scritto una seconda post-fazione.
Intanto qui a Rebibbia, nonostante quello che ha dichiarato qualche esponente istituzionale che ci dovrebbe “garantire”, la situazione del riscaldamento è migliorata ma non è affatto risolta: ai bracci G8, G11 e G12 i termosifoni hanno cominciato a funzionare a singhiozzo dopo l’uscita del nostro precedente “Diario di cella”, e ancora oggi molti termosifoni continuano a rimanere freddi; al braccio G9 continua a non funzionare nulla e giunge voce che le persone detenute cominciano a dare segni d’impazienza. Mentre in tutti i bracci quelli che erano le salette per la socialità vengono trasformate in celle provvisorie, con condizioni di vita simili a quelle dei centri di accoglienza della Caritas nelle stazioni italiane. D’altra parte anche il Garante regionale dei detenuti, prof. Stefano Anastasia, ha confermato quello che noi avevamo denunciato.
Insomma, rispetto a quando abbiamo scritto il nostro libro, le cose sono peggiorate e il sovraffollamento continua a crescere inesorabilmente.
Il prossimo 14 dicembre Papa Leone XIV celebrerà nella Basilica di San Pietro il “Giubileo dei Detenuti”, fortemente voluto da Papa Francesco. Si pregherà per la fine della pena di morte nel mondo e per i detenuti che vivono in condizioni indicibili in tanti paesi. Ma non si deve andare tanto lontano per trovare violazioni dei diritti fondamentali delle persone detenute: basta volgere lo sguardo nella città di Roma, nelle carceri di Regina Coeli e di Rebibbia, e in quasi tutti gli istituti di pena italiani.










